
22 giugno 2026
Memoria emotiva dei Giochi
Dallo sguardo internazionale alle emozioni vissute da casa, i Giochi Olimpici e Paralimpici raccontano una Milano più aperta, attiva e inclusiva, chiamata a trasformare l’energia dell’evento in cultura quotidiana del benessere.
Dopo il momento inebriante dei Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, Milano è tornata rapidamente alla sua velocità abituale. I tram del mattino, il traffico intorno alle stazioni, gli uffici che si riempiono, i parchi attraversati prima e dopo il lavoro. La città ha ripreso in maniera solerte il proprio ritmo, lasciandosi alle spalle le settimane in cui lo sguardo internazionale si era concentrato sugli spazi, le arene, la presenza delle delegazioni; tutti presi tra le gare e le cerimonie.
Con la fine delle immagini olimpiche è iniziata una fase diversa, che riguarda principalmente ciò che dei Giochi Olimpici e Paralimpici rimane in eredità alla Milano del futuro. Finita l’esposizione massima, la bellezza organizzata e visibile, è cominciata l’era del cambiamento. Il cambiamento della funzione degli impianti, del ritorno all’ordinario di interi quartieri, con l’attenzione che passa di nuovo dalle performance degli atleti ai comportamenti quotidiani delle persone. La Milano abituata a crescere e cambiare costantemente si trova di fronte a una domanda centrale: cosa resta dei Giochi nel rapporto tra Milano e la salute in città?
Le ultime edizioni invernali mostrano che la legacy di un evento olimpico può prendere forme molto diverse. A Beijing 2022 il racconto si è concentrato sull’ampliamento della pratica sportiva, con l’obiettivo dichiarato di coinvolgere oltre 300 milioni di persone in attività su neve e ghiaccio. A PyeongChang 2018, l’eredità è passata anche dalla continuità educativa e dal riuso degli impianti: sette delle dodici venue utilizzate per i Giochi olimpici giovanili invernali di Gangwon 2024 erano già state sedi delle Olimpiadi del 2018. Sochi 2014 ha offerto, invece, una lezione più ambigua. Il progetto aveva puntato molto sulla trasformazione infrastrutturale e sulla creazione dell’Adler Olympic Park, ma alcune analisi successive hanno evidenziato una distanza tra le promesse di legacy e l’uso effettivo degli spazi nel tempo. Per Milano, questi precedenti aiutano a precisare un concetto, cioè che il lascito dei Giochi funziona quando i luoghi restano vivi, quando i programmi continuano, quando le persone trovano occasioni concrete per muoversi, partecipare e vivere meglio la città.
Il legame tra Giochi Olimpici e Paralimpici e benessere urbano passa necessariamente, dunque, dalle persone.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi un adulto su tre nel mondo non raggiunge i livelli raccomandati di attività fisica. Se il dato si attesta intorno al 31% per gli adulti, arriva fino all’80% tra gli adolescenti, un dato non certo consolatorio. A questo si aggiunge un altro dato, altrettanto rilevante: quasi 1,8 miliardi di adulti risultano fisicamente inattivi. È un dato sanitario che ha una sua collocazione all’interno del contesto urbano, e riguarda il modo in cui le città rendono possibile muoversi, camminare, fare sport, usare gli spazi pubblici, integrare la prevenzione nella propria giornata. Milano Cortina 2026 ha portato lo sport al centro dell’attenzione globale, ma è soltanto analizzando il tempo che segue l’evento - quello in cui l’ispirazione dei Giochi diventa accesso, abitudine, prossimità - che si cambiano concretamente le cose. Per una città come Milano, il concetto di legacy si gioca anche su questi aspetti, quelli capaci di trasformare il semplice evento in condizioni più favorevoli per la vita attiva.

Secondo l’International Olympic Committee, Milano Cortina 2026 ha attivato oltre 330 iniziative dedicate a stili di vita sani e inclusione, ha coinvolto 1,5 milioni di studenti grazie al programma Gen26 e ha raggiunto più di 5 milioni di persone con l’“Italia dei Giochi”. Si tratta di numeri che aiutano a leggere la legacy come una rete già attiva di luoghi e di programmi educativi, con comunità che continuano a portare avanti un’idea condivisa.
iniziative dedicate a stili di vita sani e inclusione
studenti coinvolti nel programma Gen26
persone raggiunte con l’Italia dei Giochi
Per Milano, questo passaggio è decisivo. In una città veloce, attrattiva, spesso segnata da ritmi intensi, tempi di spostamento e differenze importanti tra quartieri, il benessere diventa anche una questione di progettazione urbana concreta. Parliamo di questioni che pongono sul piatto domande e dubbi legati a quanto è semplice camminare, pedalare, fare sport vicino a casa, usare un parco, inserire una pausa attiva nella giornata, o semplicemente trovare occasioni accessibili di prevenzione e movimento.

posti letto
Il Villaggio Olimpico di Porta Romana racconta bene come la legacy post-olimpica possa avvicinarsi al tema del benessere urbano. Nato per accogliere atleti e delegazioni durante Milano Cortina 2026, dopo i Giochi diventerà una residenza universitaria da circa 1.700 posti letto nel nuovo distretto dello Scalo Romana. Il valore del progetto non riguarda solo la riconversione degli alloggi, parla anche di come un’infrastruttura nata per i Giochi può entrare nella vita quotidiana della città: dallo studio ai servizi, dagli spazi comuni al verde pubblico, fino a nuove relazioni all’interno del quartiere stesso.
COIMA, che si occupa del progetto di rigenerazione, presenta il Villaggio come un progetto pensato fin dall’inizio “with legacy in mind”, destinato, quindi, a diventare il più grande student housing convenzionato in Italia a partire dall’anno accademico 2026/27. Dentro un racconto su quello che sarà la Milano di domani, anche in rapporto con la sua versione olimpica e paralimpica, Porta Romana rappresenta un caso capace di spostare la legacy dal tempo dell’evento al tempo dell’abitare. Il benessere, qui, riguarda la qualità dell’ambiente che resta. Dalla possibilità di vivere in un quartiere più accessibile al muoversi più facilmente, dal trovare servizi vicini a studiare in spazi condivisi, in sostanza riconoscere nella città sì uno spazio da attraversare, ma anche un contesto che può aiutare a costruire relazioni, autonomia e qualità della vita.
Milano vista dal Mondo
Per alcune settimane Milano è entrata in una narrazione internazionale diversa da quella che la accompagna di consueto, ovvero del luogo legato strettamente alla moda, al design, al lavoro, alla sua velocità economica.
Le testate straniere l’hanno raccontata come una metropoli chiamata a reggere l’urto di un grande evento globale e, al tempo stesso, come un luogo che doveva mostrare cosa può restare di concreto per la comunità quando l’evento finisce. Condé Nast Traveler ha descritto i Giochi come i più diffusi geograficamente fino a quel momento, con Milano nel ruolo di base urbana per un’esperienza dei Giochi estesa tra città, Alpi lombarde e Dolomiti. Nel pezzo emerge una città attraversata da attese, dubbi, investimenti e trasformazioni, con 1,6 milioni di spettatori stimati e, soprattutto, con nuove connessioni ferroviarie, servizi di trasporto rafforzati, accessibilità migliorata e infrastrutture pensate per avere effetti oltre le settimane di gara.
Il racconto si lega al tema del benessere fisico quando parla di legacy locali come Generazione Sport, Fuori Campo, Gen26 e Let’s Move, iniziative legate a movimento, sport giovanile, attività fisica accessibile e utilizzo degli spazi pubblici. In questa lettura, Milano appare come una città che usa l’occasione olimpica per lavorare sulla mobilità, sull’inclusione e sulle condizioni che rendono più facile muoversi ogni giorno, migliorando il benessere cittadino sotto punti di vista molteplici.
Gen26 racconta in maniera solida il passaggio dai Giochi alla vita quotidiana. Secondo l’IOC, infatti, il programma educativo di Milano Cortina 2026 ha coinvolto 1,5 milioni di studenti, portando i valori olimpici e paralimpici dentro scuole e percorsi di apprendimento. A questo si collega Walking the Games, iniziativa che ha trasformato il cammino in una pratica collettiva: 11.000 ragazze e ragazzi hanno percorso oltre 1,3 milioni di chilometri e circa tre partecipanti su quattro hanno dichiarato di fare più attività fisica ogni settimana dopo il programma. Sono dati utili perché spostano il racconto dalla dimensione dell’evento alla costruzione di abitudini consolidate nel tempo. La legacy, in questo caso, prende forma nei corpi che si muovono, nelle scuole che partecipano, nei giovani che scoprono il movimento come parte della propria giornata.
numeri dell’iniziativa Walking the Games
Associated Press legge Milano attraverso una traiettoria più lunga: da Expo 2015 ai Giochi invernali odierni. Il titolo dell’articolo parla di una città che “bets on big events” per alimentare il racconto della trasformazione in global city, ma il cuore del racconto sta nella domanda che riguarda proprio ciò che resta. AP riporta che, con i Giochi ormai chiusi, l’attenzione si è spostata necessariamente sul lascito e sulla capacità di dimostrare che i Giochi riguardano i risultati di lungo periodo e riqualificazione urbana più che un semplice spettacolo di breve durata. Attraversando Porta Nuova, CityLife, Porta Romana e Santa Giulia, viene mostrata una Milano che ha imparato a usare i grandi eventi come acceleratori di immagine, investimenti e cantieri urbani. Il riferimento al Villaggio Olimpico e alla nuova attenzione per gli sport del ghiaccio porta il discorso molto vicino alla vita quotidiana. Associated Press cita anche l’entusiasmo riacceso per le discipline del ghiaccio, un segnale utile per leggere la legacy come domanda di spazi nuovi e innovativi, di una differente pratica sportiva, frutto anche dell’eccitazione per i successi sul campo, con un senso di comunità allargato e una reale continuità post evento.
È un’analisi, quella dedicata agli spazi e alle funzioni rinnovate, a cui pone attenzione anche Euronews, approfondendo la legacy da un punto di vista della sostenibilità. Qui i giochi vengono visti e analizzati attraverso la capacità di riutilizzare gli impianti e la capacità delle infrastrutture di restare utili alle comunità. Emerge così una Milano - soprattutto attraverso la citata centralità di Porta Romana e Arena Santa Giulia - capace di sviluppare luoghi che la proiettano verso una funzione più ampia, legata a sport, concerti, convention e spettacoli. Il punto riguarda la qualità della permanenza. Il valore della legacy dipende dalla capacità di questi spazi di restare accessibili, attivi, sostenibili e integrati nella città.
A questa lettura più strutturale, si affianca quella di una Milano più inattesa, raccontata dalle testate straniere attraverso scene di strada, dettagli quotidiani e sguardi laterali. Le Monde descrive la città come una sorta di grande parco urbano olimpico e paralimpico: Parco Sempione attraversato ogni sera da famiglie e visitatori diretti verso il braciere all’Arco della Pace, fan zone con maxi-schermi e simulatori, file allo store ufficiale, pin trader e turisti riconoscibili da tute, badge e bandiere dipinte sul volto.
È una fotografia curiosa, quasi pop, della Milano dei Giochi:
una città che per alcune settimane ha visto i propri luoghi simbolici cambiare uso, ritmo e pubblico. Il lascito qui non sta solo nell’immagine festosa della città, nel suo mostrarsi colorata e viva, è la possibilità di riconoscere gli spazi pubblici come potenziali luoghi dalla funzione rinnovata e attraversati da energie nuove e mutevoli a rendere il post competizione altrettanto di valore.
Il punto per il futuro è riuscire a capire come trattenere qualcosa di questa vitalità che esplode oltre il tempo dell’evento. Rendere la città più aperta, maggiormente capace di invitare le persone a uscire, camminare, sostare, e incontrarsi. In questa prospettiva, la Milano dei Giochi Olimpici e Paralimpici lascia un’immagine utile alla Milano Wellness City 2030: una città che non produce benessere solo attraverso servizi e infrastrutture, che riesce a farlo anche attraverso il modo in cui rende vivi, accessibili e desiderabili i suoi spazi quotidiani.
Il Guardian, invece, mostra una Milano più personale attraverso Simone Barlaam, campione paralimpico cresciuto in città. La sua guida attraversa luoghi meno prevedibili rispetto al racconto turistico classico: NoLo, Paolo Sarpi, Parco Sempione, l’Acquario Civico, piccoli locali, musei e spazi verdi. In questa prospettiva, la Milano olimpica e paralimpica non è soltanto la città delle arene e delle cerimonie, ma anche quella delle abitudini, delle traiettorie personali, dei quartieri e dell’accessibilità. Barlaam ci racconta una città in gran parte accessibile, migliorata anche in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici. Uno sguardo luminoso, certo, ma che rende ancora più evidente che oltre il lascito culturale dell’evento c’è una necessità che non si arresta: continuare a lavorare perché Milano diventi un luogo ancora più inclusivo per le persone con disabilità, non solo nei luoghi simbolici, ma nei percorsi, negli edifici, nei servizi e negli spazi pubblici della vita quotidiana.
come la stampa internazionale racconta la legacy di milano cortina
Storia di luoghi che restano
I Giochi Olimpici e Paralimpici tendono a ridisegnare per un periodo la mappa delle città. Alcuni luoghi vengono costruiti esclusivamente per la competizione, altri vengono adattati, altri ancora restano fuori dai riflettori ma cambiano funzione nel tempo. A Milano, il tema della legacy passa anche da una domanda niente affatto secondaria, ovvero: quali spazi continueranno a essere usati, attraversati e riconosciuti una volta terminato il calendario olimpico?

Prendiamo come esempio il caso dell’Arena Santa Giulia, nuova venue dell’hockey su ghiaccio nel distretto omonimo. Nata per ospitare uno dei momenti più visti dei Giochi, l’arena è stata pensata per proseguire la propria vita anche oltre i Giochi, con una funzione urbana più ampia, legata strettamente allo sport, certo, ma anche a spettacoli, concerti, eventi e occasioni di aggregazione. Per Milano è proprio quanto accade dopo a essere rilevante. L’Arena Santa Giulia è stata progettata per ospitare l’hockey olimpico, ma il suo valore urbano - e il lascito olimpico collegato - dipenderà dalla frequenza con cui sarà vissuta, attraversata, riconosciuta come luogo capace di aggregare socialità attraverso attività legate al benessere e non solo.
Nel progetto di David Chipperfield Architects, l’Arena Santa Giulia viene descritta come il centro del nuovo distretto urbano di Milano Santa Giulia: una venue da 16.000 posti pensata per sport, concerti, festival ed eventi culturali. Ma è dopo l’uso olimpico che il suo valore urbano si lega strettamente agli spazi esterni, progettati come luoghi di interazione sociale per il quartiere e per la città, con una piazza di oltre 10.000 mq utilizzabile per eventi all’aperto.
Accanto agli spazi già previsti nella traiettoria post-Giochi, “il dopo” ha messo sul tavolo anche domande nuove. La più interessante riguarda gli sport del ghiaccio. Reuters ha raccontato in maniera precisa l’intenzione di Milano di dotarsi di una nuova arena permanente da circa 5.000 posti, distinta dagli impianti olimpici e paralimpici, pensata appositamente per hockey, pattinaggio artistico, short track e attività di base. Uno spazio di dimensioni ridotte rispetto a quelle dell’Arena Santa Giulia, che deve necessariamente fare i conti con i numeri ben differenti rispetto a quelli della manifestazione olimpica e paralimpica. È così che si è pensato alla funzionalità, la domanda guida è stata dove avrebbero potuto allenarsi, giocare e crescere atleti, società e cittadini attratti dalle discipline sul ghiaccio? Così nasce l’idea di un luogo nuovo, che concretamente potesse portare avanti la legacy dei Giochi, che tenesse viva la passione per gli sport invernali e immaginasse un luogo capace di trasformare l’entusiasmo e la curiosità nella possibilità di una pratica sportiva continuativa.
Come mostrato in precedenza, a questi due casi si aggiunge quello del Villaggio Olimpico di Porta Romana, che aggiunge un’altra forma di permanenza. Trasformato in una residenza universitaria da circa 1.700 posti letto nell’area dell’ex scalo ferroviario, costruisce il proprio lascito post-olimpico e paralimpico guardando al benessere urbano attraverso l’abitare, lo studio, i servizi, gli spazi comuni e le connessioni con il quartiere. Una struttura temporaneamente legata alla competizione entra nel tempo ordinario della città, diventando casa, prossimità e spazio di relazione
Cosa ci lasciano le storie olimpiche?
Accanto alla legacy degli spazi, c’è una memoria che passa dalle immagini viste da casa, nei bar, nelle scuole e, perché no, nei luoghi di lavoro e su schermi piccolissimi durante una pausa. Olimpiadi e paralimpiadi, in fondo, sono proprio questo, il tempo che si ferma, l’attenzione fagocitata dalle gesta epiche degli atleti. L’Italia ha chiuso i Giochi Olimpici con 30 medaglie, 10 ori, 6 argenti e 14 bronzi, superando il precedente record invernale registrato a Lillehammer nel 1994. Ai Giochi Paralimpici Invernali, la squadra italiana ha raggiunto il miglior risultato della sua storia, con 16 medaglie, di cui 7 ori. Tra le immagini più forti resta quella di Federica Brignone, due ori nello sci alpino, tra gigante e Super-G, dopo un percorso di recupero che ha trasformato la vittoria in una storia di sacrificio, rinascita, fiducia in se stessi e di ritorno. Accanto a lei, a correre e vincere sul ghiaccio, resta la doppia impresa di Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità: prima l’oro nei 3.000 metri, con record olimpico e primo titolo italiano dei Giochi, arrivato nel giorno del suo 35° compleanno; poi il bis nei 5.000 metri, cinque giorni più tardi: a trasformare una disciplina spesso lontana dal grande racconto popolare in una scena nazionale.

Restano impresse nella memoria di tutti le immagini di Arianna Fontana, oro nella staffetta mista e argento nei 500 metri e nella staffetta femminile dei 3.000 metri, diventata l’atleta italiana più medagliata di sempre ai Giochi. Un record difficile da dimenticare. E come dimenticare la sofferenza con cui abbiamo guardato al bronzo maschile nel fondo 4×7,5 km, con la staffetta formata da Elia Barp, Martino Carollo, Davide Graz e Federico Pellegrino, arrivato dopo una rimonta ormai inattesa ai danni della Finlandia. Dalle Paralimpiadi arriva invece una delle immagini più intense dell’ultima edizione, quella di Giacomo Bertagnolli nello sci alpino paralimpico, dove velocità e precisione nascono dalla relazione con la guida, dalla fiducia, dall’ascolto e dalla capacità di costruire una traiettoria condivisa. Alle sue gesta, si affiancano quelle di René De Silvestro, oro nello slalom gigante sitting davanti al pubblico di casa, sulle nevi di Cortina. Nel suo modo di abitare la pista c’è una grande lezione, ovvero che la velocità non cancella la fragilità ma la governa e la trasforma in tecnica e autonomia.
medaglie italiane ai Giochi olimpici e Paralimpici Invernali 2026
Il lascito culturale nasce e passa anche da questa familiarità improvvisa. Per qualche settimana nomi, volti e gesti tecnici entrano nelle conversazioni di chi normalmente non segue gli sport invernali, si trasformano in materia familiare. Una curva sugli sci, un sorpasso sul ghiaccio, una staffetta che non si arrende, una discesa paralimpica basata sulla fiducia, diventano immagini riconoscibili, materia di racconto, possibilità da immaginare qualcosa di indicibile. Le Paralimpiadi aggiungono a questa eredità una dimensione necessaria, dove sport, accessibilità, autonomia e rappresentazione si incontrano per mostrarsi a un pubblico più ampio, spingendo la città a interrogarsi su quanto sia davvero inclusiva nella vita di tutti i giorni. È anche da qui che Milano Wellness City 2030 può raccogliere l’eredità dei Giochi Olimpici e Paralimpici: trasformare l’emozione di chi ha guardato in una cultura più diffusa del movimento, della partecipazione e del diritto di ogni persona a vivere la città come luogo di benessere.
Dal grande evento alla vita quotidiana
Dai luoghi il racconto si sposta sui gesti quotidiani. Milano Cortina 2026 ha portato la performance atletica al centro dell’attenzione pubblica; il passaggio successivo riguarda la possibilità di trasformare quell’energia in movimento quotidiano, accessibile a più persone possibili e costruito attraverso la prossimità. A Milano questo tema pesa in modo particolare. La città vive di tragitti ripetuti, giornate lunghe, spostamenti casa-lavoro, tempo libero compresso, differenze tra i vari quartieri. In questo contesto, il benessere urbano si misura anche nella facilità con cui una persona può camminare, pedalare, usare un parco, fare sport vicino a casa, inserire una pausa attiva nella giornata, trovare occasioni di prevenzione e movimento senza dover uscire dalla propria routine.
EUROPEI CHE NON FANNO MAI ESERCIZIO O SPORT
ITALIANI CHE DICHIARANO DI NON PRATICARE MAI SPORT
ITALIANI CHE PRATICANO SPORT REGOLARMENTE
Il confronto europeo aiuta a misurare il peso della sfida. Secondo un report di Eurobarometer, dedicato a sport e attività fisica, il 45% degli europei dichiara di non fare mai esercizio o sport, mentre il 38% pratica attività almeno una volta a settimana. Solo il 6% raggiunge una frequenza molto elevata, pari a cinque volte a settimana o più. In Italia il quadro è ancora più fragile: il 56% dichiara di non praticare mai sport, undici punti sopra la media europea, mentre solo il 3% dice di praticarlo regolarmente. Il dato non racconta soltanto una scelta individuale, sono numeri che permettono di disegnare un quadro delle necessità legate al movimento. C’è necessità di tempo, di prossimità, di accesso agli spazi, di cultura della prevenzione e presenza di luoghi sicuri e riconoscibili dove muoversi. A questa fotografia europea si aggiunge quella del primo report Milano Wellness City di Wellness Foundation, che lega la legacy di Milano Cortina 2026 alla salute urbana. Milano registra un’aspettativa di vita elevata, pari a 82,7 anni per gli uomini e 86,7 per le donne, ma restano fragilità importanti: in Lombardia una persona su quattro è fisicamente inattiva e, a Milano, meno di un bambino o adolescente su dieci svolge sufficiente attività fisica.
Il post-Giochi lavora e deve continuare a lavorare proprio in questo solco. L’articolo dell’IOC dedicato alla “healthy society” racconta la legacy di Milano Cortina 2026 attraverso scuole, luoghi di lavoro e comunità. Gen26 ha coinvolto oltre 1,5 milioni di studenti; Walking the Games ha portato 11.000 ragazze e ragazzi a camminare più di 1,3 milioni di chilometri, con il 75% dei partecipanti che ha dichiarato di fare più attività fisica ogni settimana dopo il programma; Go for 30 ha raggiunto oltre 430.000 lavoratori, promuovendo 30 minuti di movimento quotidiano. Sono numeri che riportano la legacy vicino a parametri più concreti. Non quella delle immagini globali, né quella delle grandi arene, ma quella dei corpi che si muovono durante una giornata, delle scuole che trasformano lo sport in educazione e dei luoghi di lavoro che provano a ridurre la sedentarietà. Dei quartieri che possono diventare realmente accessibili e attivanti. È qui che Milano Wellness City 2030 trova una delle sue direzioni più chiare, cioè fare in modo che l’energia dei Giochi non resti un ricordo collettivo, ma diventi una pratica urbana concreta. Camminare di più, muoversi meglio, usare gli spazi pubblici, riconoscere il benessere come parte della vita ordinaria. Dopo i Giochi, la città continua davvero ad allenarsi quando rende più semplice per tutti scegliere una giornata in cui lo sport esiste e può essere scelto senza troppi sforzi.












